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MILAN-INTER…-1 GIORNO, GIACINTO FACCHETTI: IL CAPITANO

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MILANO – Nato a Treviglio (Bergamo) il 18/7/1942, in piena 2° guerra mondiale, da padre ferroviere e madre casalinga ma scelse di vivere a Cassano d’Adda (vicino Milano)…era legato a Giovanna, dalla quale ha avuto 4 figli: Barbara (divenuta capo delegazione della nazionale femminile al mondiale del 2019), Vera, Gianfelice e Luca; all’inizio della sua militanza nell’Inter fu ribattezzato “Cipe”, nomignolo che lo accompagnò per tutta la vita: l’opinione più diffusa è che tale soprannome sia nato in seguito a un errore dell’argentino Helenio Herrera, che storpiò il cognome di Facchetti in “Cipelletti”, tuttavia, c’è chi ritiene che la sua origine vada attribuita al portiere Lorenzo Buffon (zio dell’attuale bandiera bianconera), e non all’allenatore argentino.

Da subito eccellente terzino sinistro con spiccate propensioni offensive, Facchetti mise in mostra tali doti fin dalle giovanili dell’Inter, allenato da Giuseppe Meazza, riuscendo a confermarle anche una volta approdato nel nostro massimo campionato: mise a segno 59 gol (peraltro tutti su azione), record assoluto per un difensore ad oggi e, a detta del giornalista Gianni Mura (deceduto a marzo 2020), tra i motivi della sua prolificità vi era la tendenza a convergere verso il centro per cercare la porta, caratteristica insolita anche per i fluidificanti bassi; la sua confidenza con l’azione offensiva era tale che lo stesso Helenio Herrera lo schierò in alcune occasioni proprio come centravanti, salvo poi accorgersi che il giocatore dava il meglio di sé da mancino arretrato…ciò anche in virtù della sua abilità in fase difensiva, che a fine carriera, insieme alla bravura nel gioco aereo, gli permise di adattarsi ai ruoli di stopper e libero al momento che il suo periodo migliore atleticamente era concluso (non fu raro vedere lui e Burgnich, un tempo terzino sinistro e destro, reinventarsi come stopper e libero negli anni ’70 sia in nerazzurro che con la nazionale). Facchetti era inoltre dotato di notevoli qualità tecniche, fisiche e atletiche: nel 1958 vinse a Bergamo i campionati studenteschi dei 100 metri con il tempo di 11″. Il famoso giornalista Gianni Brera lo soprannominò “Giacinto Magno“, a sottolinearne l’elevata statura e l’autorevolezza conquistata in campo.

Dopo aver mosso i primi passi nella squadra di calcio del suo paese natale, la Zanconti nei primi mesi del 1956, nel 1957 entro nel settore giovanile locale della Trevigliese: team emergente in quegli anni dalla categoria regionale lombarda che giunse fino alle soglie del dilettantismo e in cui aveva militato anche il laziale Rozzoni, giocando nel ruolo di attaccante fino alla primavera del 1960 e che trascinò spesso assieme a Carioli.

Venne scoperto proprio da Helenio Herrera che lo segnalò al patron Angelo Moratti e lo portò all’Inter per il finale di stagione 1960-1961, trasformandolo in un terzino d’attacco, primo nel suo genere insieme al reggiano Vittorio Calvani (anche se quest’ultimo non era un realizzatore di reti); proprio a Calvani è legato il suo destino: il 14/6/1961 la squadra nerazzurra giocò un’amichevole contro il Fluminense, e Facchetti, che ben impressionò, venne schierato al posto di Calvani poiché quest’ultimo era alle prese con un fastidioso callo al momento di essere testato.

L’esordio in Serie A era già avvenuto, invece, il 21/5/1961, in un Roma-Inter 0-2; Facchetti rappresentò i meneghini fino al 1978 vivendo da protagonista gli anni della “Grande Inter” di Herrera, del dualismo con Rizzoli/Rocco/Rivera, ovvero il 2° grande Milan del “dopoguerra”, successore di quello del “Gre-No-Li” e del primo grande ciclo vincente della storia dei “biscioni”: riuscì ad aggiudicarsi, 9 tornei dopo l’ultimo, l’8° scudetto, quello del 1962/63 (49-45 a discapito della Juventus) per poi conquistare le 2 Coppe dei Campioni 1963/64 spodestando il Milan detentore (la 1° per 3-1 a danno del Real Madrid al “Prater” di Vienna nella sera del 27/5 intanto che il sogno del 2° campionato consecutivo sfumerà per 2-0 nello spareggio di Roma con il Bologna allenato da Fulvio Bernardini il 7/6/1964) e 1964/65 (2° trionfo nell’anno del “possibile tris”: 9° scudetto vinto davanti al Milan di Rocco e Rivera per 54-51 partendo da uno svantaggio di ben 7 lunghezze a pochi turni dalla conclusione, finale di coppa nazionale persa 1-0 con la Juventus a Roma ma che sarebbe stata la 2° affermazione per i lombardi, batosta data sempre 1-0 al Benfica fra le “mura amiche” il 27/5/1965…ovvero 365 giorni dopo la 1° affermazione a livello continentale) assieme alle 2 Coppe Intercontinentali delle stesse annate (1-0 all’Independiente nei supplementari dopo aver perso 1-0 in Argentina ma vinto 2-0 in Italia nell’autunno 1964 e 3-0 succeduto dallo 0-0 in trasferta nel settembre 1965) prima dell’ultimo tricolore (quello “della stella” poiché 10°) alla guida del mister argentino, targato 1965/66 (rivincita a discapito del Bologna per 50-46 al netto delle uscite in semifinale di Coppa Italia con un 2-1 in ribaltone allo scadere in casa della Fiorentina prima che in semifinale di Coppa dei Campioni con il Real Madrid futuro campione, torneo in cui anche l’anno seguente gli interisti perderanno concedendo l’unico oro nel torneo al Celtic), stagione in cui fu anche il primo uomo di un pacchetto arretrato del nostro paese a siglare 10 gol…

Successivamente, quando nel 1968 Moratti cede a Ivanoe Fraizzoli (rimasto in carica fino al 1984 e, dunque, ultimo presidente della bandiera nerazzurra) ed Herrera si trasferirà alla Roma, si avvicenderanno Alfredo Foni, Heriberto Herrera, Giovanni Invernizzi, Enea Masiero fino al 1974, quando era stato fatto capitano a tutti gli effetti succedendo a Picchi/Suarez/Mazzola (fino ad allora si erano sempre “spartiti” il grado di condottieri): con loro Facchetti manterrà standard altissimi divenendo uno dei migliori nel suo ruolo in tutto il continente sia in fatto di segnature che di assist ottenendo, nel 1970/71, il suo 4° ed ultimo campionato nazionale (ottenuto rimontando di nuovo i cugini per 46-42 malgrado un inizio in crisi, a seguito del quale proprio il paraguayano verrà sostituito dal medesimo Invernizzi ma che non basterà ad ottenere un nuovo trionfo europeo, dato che il 31/5/1972 perderanno un’altra finale di Coppa dei Campioni con l’Ajax di Cruijff…lanciati alla conquista della 2° su 3 affermazioni consecutive nel torneo).

Con il ritorno di Helenio Herrera e le infelici parentesi con l’ex compagno Luis Suarez o Giuseppe Chiappella, il nostro protagonista vede chiudersi il suo cerchio, ufficialmente terminato nella primavera 1978: disputò la sua ultima partita il 7/5/1978, a 36 anni, in Inter-Foggia 2-1 e la rete degli ospiti scaturì tra l’altro da un suo autogol…l’8/6, pur non scendendo in campo nella finale di coppa nazionale con il Napoli conclusa 2-1 all’87° (Facchetti era in Argentina per accompagnare la spedizione italiana ai campionati mondiali da “capitano non giocatore” e 2 giorni dopo gli azzurri avrebbero battuto i padroni di casa per 0-1 aggiudicandosi il 1° posto nel loro gruppo, come solo nel 1970 in Messico era successo), conquistò l’ultimo trofeo della sua carriera, la 1° Coppa Italia (competizione che mancava nella bacheca dei suoi dal 1938/39 e fu il 2° oro in tale torneo). Si rivelò fondamentalmente corretto in campo, venendo espulso solo una volta nell’arco di tutta la sua carriera, per un applauso ironico al direttore di gara Vannucchi in Inter-Fiorentina 1-0 del 13/4/1975.

Con l’Inter in 639 partite (475 in Serie A, 85 in coppa nazionale, 73 nelle competizioni internazionali) realizzò 76 gol (10 in Coppa Italia), prese parte a ben 42 derby e ne marcò 2 in occasione di 2 delle appena 11 vittorie conseguite (in tutto furono 33 di campionato oltre a 9 di coppa nazionale, inclusa la finale del 3/7/1977 terminata 2-0…e fra cui il 5-2 del 28/3/1965 o l’1-5 del 28/3/1974: una data decisamente favorevole ai “baùscia”) a fronte di 15 pari e 16 batoste (l’ultima gioia nella stracittadina arrivò nel 2-1 del 1/5/1974, gli ultimi 9 furono quasi tutti amari e nel 3-0 del 9/3/1975 Facchetti firmò anche la sua unica autorete nei confronti dei milanisti).

Facchetti venne convocato per la prima volta in nazionale dal commissario tecnico Edmondo Fabbri, ed esordì il 27/3/1963, a 20 anni, nell’incontro valido per le qualificazioni all’europeo 1964, disputato ad Istanbul contro la Turchia e l’Italia vinse 1-0.

Divenne subito titolare, e realizzò il suo 1° gol in nazionale il 4/11/1964 nella partita Italia-Finlandia 6-1 disputata a Genova (gli altri 2 arriveranno in Italia-Scozia 3-0 del 7/12/1965 e Cipro-Italia 0-2 del 22/3/1967: i primi 2 furono per le qualificazioni ai mondiali anglosassoni, mentre l’ultimo per l’europeo del 1968); partecipò al mondiale 1966 in Inghilterra, dove l’Italia venne eliminata al primo turno perdendo con la Corea del Nord 1-0 il 19/7/1966 A Middlesbrough. Subito dopo il torneo, a soli 24 anni, ereditò la fascia di capitano dal libero juventino Sandro Salvadore.

Con il selezionatore Ferruccio Valcareggi vinse da leader l’europeo 1968 (0-0 e passaggio del turno alla monetina dopo i supplementari chiusi 0-0 a Napoli con l’URSS e ultimo atto in cui si pareggerà prima 1-1 e poi si porterà a casa il 2-0 con la Jugoslavia) alzando l’unica Coppa Europa attualmente custodita a Coverciano da domenica 10/6/1968 all'”Olimpico” di Roma.

Partecipò quindi al mondiale 1970 e qui diede un’ulteriore prova di essere un uomo con valori ben diversi dal calciatore medio: a pochi giorni dall’esordio di Italia-Svezia 1-0 venne mandato via il mediano milanista Giovanni Lodetti (“scudiero” e “polmone” di Rivera) in una controversa doppia sostituzione che favorì l’arrivo di Prati e Boninsegna…quando l’escluso tornò in camera sua non andò nessuno dei suoi compagni a trovarlo (Rosato/Rivera stesso/Prati) ma ci andrà lui, capitan Giacinto, e da quello che racconta Federico Buffa nel suo libro “Storie Mondiali” il monologo fra i 2 fu, più o meno <<Giovanni non entro nel merito: sono cose che succedono e noi siamo professionisti che si devono aspettare di tutto sul lavor…ma questo é il mio numero di telefono mentre questo é il mio indirizzo civico, se dovessi aver bisogno di qualcosa o di sfogarti parlando con qualcuno, sai come rintracciarmi>>. Ecco, il Facchetti del mondiale del 1970 si può riassumere così, prima ancora della partenza di un torneo dove, dopo la “partita del secolo” vinta per 4-3 sulla Germania Ovest in semifinale a Città del Messico e delle ottime performance nelle altre sfide (in cui la nostra rappresentativa aveva incassato solo il timbro di Gonzales ai quarti con i padroni di casa conclusi 1-4 per noi in rimonta), l’Italia si arrese solo al “Brasile dei 5 n.10” capitanato da Pelé nella cornice dello stadio della capitale centramericana: la sentenza sarà 4-1 per i sudamericani, ma Facchetti potrà dire di aver limitato, per quanto possibile, un fuoriclasse come Jairzinho, che andò pure a segno per il 3-1, ma il nostro terzino sinistro sarà davvero incolpevole in tale circostanza.

Facchetti prese parte da titolare anche al mondiale 1974 in Germania Ovest, dove gli “Azzurri” vicecampioni del mondo furono eliminati ai gironi cadendo 2-1 con la Polonia il 23/6/1974 (non succedeva dal 1966). Successivamente, nonostante l’ampio ricambio generazionale avvenuto sotto le gestioni di Fulvio Bernardini ed Enzo Bearzot, mantenne il suo posto e partecipò sia alle qualificazioni degli europei 1976 che a quelle per i mondiali 1978.

Tuttavia nel maggio del 1978, poco prima della fase finale del “mundial” in Argentina, comunicò all’allora CT Bearzot la sua intenzione di non partecipare alla rassegna, dato che non si sentiva al meglio fisicamente essendo reduce da un infortunio: con grande spirito di squadra Facchetti partecipò comunque alla spedizione azzurra come “capitano non giocatore” e figurò fra gli effettivi che giunsero per la prima volta nella storia italiana al 4° posto in una coppa del mondo per nazioni malgrado un torneo giocato ben al di sopra delle qualità di tutti gli altri. Chiuse con 94 presenze e 3 reti in nazionale, stabilendo all’epoca il record di apparizioni poi battuto da Buffon/Maldini/Cannavaro, e la sua ultima gara rimase quella disputata il 16/11/1977 a “Wembley” (erano trascorsi solo 4 anni e 2 giorni da quando avevamo espugnato quello stadio per la prima volta grazie a Capello, che andò a segno all’87° per lo 0-1 decisivo…e “Facco” c’era anche quella volta) persa dai nostri 2-0 facendoci mettere a rischio pure la qualificazione per l’Argentina.

Con Tarcisio Burgnich, Facchetti ha formato il duo difensivo più longevo nella storia della nazionale: undici anni, dal 1963 al 1974; insieme disputarono 58 partite ricoprendo anche ruoli diversi da quelli originari come avevano già fatto in maglia interista; é stato inoltre il più longevo capitano della nazionale (undici anni, dal 1966 al 1977) e il primo giocatore degli “Azzurri” a disputare due mondiali consecutivi da capitano (Messico 1970 e Germania Ovest 1974).

Subito dopo il suo addio al calcio prese parte con l’Italia al mondiale 1978 in Argentina, formalmente come dirigente accompagnatore, vista la stima e la vicinanza con il commissario tecnico e i giocatori che erano stati suoi compagni fino a poche settimane prima.

Dopo esser divenuto rappresentante all’estero per l’Inter, divenne vicepresidente dell’Atalanta nel 1980, per poi tornare ai meneghini dal 1995, in coincidenza con l’inizio della presidenza di Massimo Moratti (con un chiaro debito d’onore da saldare nei confronti della famiglia che lo aveva lanciato nel grande calcio), col il ruolo di direttore generale prima e di direttore sportivo poi.

Nominato vicepresidente della “Beneamata” nel novembre 2001, poco prima della morte dell’avvocato Giuseppe Prisco, assunse l’incarico presidenziale nel gennaio 2004 dopo le dimissioni di Moratti. e fu l’unico ex calciatore dei nerazzurri a rivestire tale carica dirigenziale, mantenendola fino alla morte.

Durante il periodo di presidenza ha vinto lo scudetto 2005/06 (assegnato a tavolino agli interisti per le sentenze di “Calciopoli”), le 2 Coppe Italia 2004/05 e 2005/06 con altrettante Supercoppe Italia nel 2005 e 2006 (ottenuta 9 giorni prima di morire il 4/9/2006).

È rimasto oggetto di dibattito il ruolo di Facchetti all’interno delle vicende di “Calciopoli“: presidente nell’estate 2006 della società interista beneficiaria delle decisioni della giustizia sportiva, tuttavia nel luglio 2011 il procuratore federale Stefano Palazzi presentò una relazione sull’inchiesta “Calciopoli bis”, originata da fatti emersi nel relativo procedimento penale di Napoli e a suo tempo giudicati non rilevanti nel processo sportivo di 5 anni addietro, in cui, tra gli altri, si contestava a Facchetti la violazione dell’articolo 6 dell’allora Codice di Giustizia Sportiva, configurando un illecito consistente in «una rete consolidata di rapporti, di natura non regolamentare, diretti ad alterare i principi di terzietà, imparzialità e indipendenza del settore arbitrale», azioni «certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica all’Inter». La sopraggiunta prescrizione circa gli eventuali atti commessi indusse lo stesso Palazzi a dichiarare l’impossibilità nel procedere e verificare le accuse: nell’immediato la figura di Facchetti, nel frattempo scomparso, fu difesa da Massimo Moratti — «senza processo si può dire ciò che si vuole ma io non l’accetto e l’Inter non l’accetta. Considerare Facchetti come nelle accuse della Procura federale è offensivo, grave e stupido» — oltreché da compagni di squadra, avversari ed esponenti del dibattito pubblico italiano. Nel merito della vicenda, già nel 2010 l’ex direttore generale juventino Luciano Moggi, tra i condannati di “Calciopoli“, aveva pubblicamente accusato Facchetti di simili condotte illecite: querelato per diffamazione dal figlio di Giacinto Gianfelice, nel 2015 il tribunale di Milano assolse in primo grado Moggi rimarcando, nelle motivazioni, di avere riscontrato «con certezza una buona veridicità» nelle sue affermazioni e di avere altresì rilevato l’esistenza di «una sorta di intervento di “lobbying” da parte dell’allora presidente dell’Inter nei confronti della classe arbitrale significativo di un rapporto di tipo amicale e preferenziale con vette non propriamente commendevoli» e la sentenza venne confermata in appello nel 2018.

È deceduto il 4 settembre 2006 dopo una lunga malattia venendo sepolto nel cimitero di Treviglio e il suo nome è iscritto nel Famedio del cimitero monumentale di Milano; le esequie, celebrate nel duomo del capoluogo lombardo dal vescovo di Lodi Giuseppe Merisi, conterraneo di Facchetti, hanno visto la presenza di molte autorità sportive e politiche nonché di gente comune.

Come tutti i più grandi del nostro calcio ha sempre diviso la critica fra chi lo riteneva solo un uomo da considerare per ciò che faceva in campo o anche per ciò che fu da dirigente (in vero, figura fin troppo opaca quest’ultima…) ma su alcune cose ci sono state poche discussioni…ha fatto parte dell’unico gruppo azzurro in grado di giungere sui 2 gradini più alti delle competizioni internazionali in un unico biennio (1968-1970), ad ora é il 3° uomo più presente di sempre con tale maglia alle spalle dei soli Zanetti/Bergomi allungando l’incantesimo dei terzini sinistri che hanno dedicato una vita intera alla maglia nerazzurra, ha vinto tutto quello che era possibile tranne la Coppa UEFA o la Supercoppa Europa, fino a quando Bergomi non ha vinto la 1° delle 3 Coppe UEFA contenute nella bacheca di Appiano Gentile dal 1990/91 é stato l’unico capitano ad alzare dei trofei internazionali e, finché Zanetti non ha guidato i suoi al ai 5 titoli su 6 del 2009/10, lui é stato il solo a divenire campione d’Europa oltre che del mondo su quella sponda dei navigli da condottiero seppur con solo rimpianto di non aver potuto giocare con Pelé quando “papà” Moratti lo aveva tesserato a metà degli anni ’60 scoprendo poi che era stato nominato “tesoro nazionale” e quindi non poteva lasciare la lega carioca: Giacinto Facchetti, o più semplicemente, il capitano.

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