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MILAN-INTER…-2 GIORNI, GIANNI RIVERA: THE GOLDEN BOY

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MILANO – Siamo nell’estate del 1943 e l’Italia sta vivendo gli ultimi 2 anni di orrore della 2° Guerra Mondiale…al nord, in particolare, si stanno vedendo grandi città e zone differenti rase completamente al suolo. Proprio in uno di questi piccoli centri, Valle San Bartolomeo, sobborgo di Alessandria vi fu una coppia, il ferroviere Teresio e la casalinga Edera Arobba, che vi si erano temporaneamente trasferiti per sfuggire al pericolo di bombardamenti sul centro cittadino: dalla loro unione, rinsaldatasi nel corso del conflitto, nacque un figlio il 18/8/1943, si chiama Gianni e avrà un fratello minore, Mauro; crebbero nella centrale via Pastrengo e tirarono i primi calci all’Oratorio Don Bosco ma poi Gianni, al contrario di Mauro, conseguì la licenza media e s’iscrisse alle scuole tecniche, abbandonandole a 16 anni intanto che il fratello proseguiva. Fu il padre a presentare Gianni, nel 1956, a Giuseppe Cornara, preparatore delle giovanili dell’Alessandria…quello che nessuno sa é che sta iniziando la storia di uno dei più grandi fenomeni del calcio italiano, nonché un assoluto fuoriclasse capace di essere il primo pallone d’oro del nostro paese inseguito all’oruiundo Omar Sìvori e del 4° uomo più presente di sempre in maglia milanista (658 presenze in 19 stagioni) alle spalle di Paolo Maldini/Franco Baresi/Alessandro Costacurta: Gianni Rivera, “the Golden Boy” o “il ragazzo meraviglia”.

Con le giovanili dell’Alessandria Rivera partecipò al “Torneo Federati”, mettendosi in mostra ed impressionando Silvio Piola che, recatosi a vedere una sua partita dichiarò: «alla sua età, le cose che sa fare lui nemmeno le sognavo»; nell’aprile 1958 l’allenatore della prima squadra piemontese, Franco Pedroni, decise di testarlo, schierandolo tra i titolari in un’amichevole contro la formazione svedese dell’AIK Stoccolma: Rivera, allora quattordicenne, superò la prova, segnando anche una rete e nella stagione successiva fu introdotto nel giro della prima squadra, che disputava in quegli anni il massimo campionato nazionale.

Martedì 2/6/1959 debuttò in A, in Alessandria-Inter 1-1 (unica apparizione dell’annata 1958/59): per poterlo schierare la società aveva dovuto richiedere un’autorizzazione alla Federazione, poiché non aveva ancora 16 anni; la sua prestazione fu considerata sufficiente dal massimo quotidiano sportivo regionale “Tuttosport” (diretto, in quel momento, da Carlo Bergoglio): «nei confronti del coriaceo Invernizzi ha fatto parecchio, ed è riuscito a farsi ammirare per la finezza della sua tecnica, la precisione dei passaggi in profondità, la prontezza di tiro». È il 3° calciatore debuttante, nonché il 2° marcatore, più giovane in Serie A (la 1° rete risale al 25/10/1959, in Alessandria-Sampdoria 2-2); fu sempre Pedroni, ex calciatore del Milan, a segnalarlo tempestivamente a Giuseppe Viani, che gli fece sostenere un positivo provino con Schiaffino a Linate: nello stesso periodo Benito Lorenzi, ex calciatore dell’Inter, lo indicò ai dirigenti nerazzurri ma Rivera era ormai destinato ai rossoneri, che ne acquisirono la comproprietà nel 1959, lasciandolo ancora una stagione ad Alessandria e il presidente Andrea Rizzoli dichiarò: «Ho speso un sacco di soldi per acquistare un ragazzino di cui sconosco persino il nome». Successivamente si riportò il fatto che la Juventus l’avesse rifiutato poiché troppo esile ma tutto è stato smentito dallo stesso calciatore nel 2013. La squadra grigia retrocesse in B in seguito all’annata 1959/60, nonostante le 25 presenze oltre a 6 reti di Rivera, che gli valsero la convocazione per le Olimpiadi di Roma 1960 e il Premio “De Martino” come miglior giovane del campionato.

In giugno il Milan riscattò la metà del giovane calciatore per la considerevole cifra di 65 milioni di lire più Giancarlo Migliavacca e il prestito di Bergio Bettini; giocò la sua ultima gara in maglia alessandrina il 19/6/1960, in Coppa delle Alpi, contro il La Chaux-de-Fonds…la sua esperienza inziale si concluse con un buon bilancio fatto di 26 partite e, appunto, 6 gol.

Ormai divenuto uno dei migliori trequartisti del nostro paese, si vedeva già che sapeva fare benissimo il rifinitore dietro le punte essendo di fatto, colui che aprì le porte all’epoca dei “numeri 9,5”, ovvero dei fantasisti capaci di confezionare assist a grappoli ma senza perdere mai il fiuto del gol nell’epoca in cui si badava più alla difesa che all’offensiva.

Debuttò in rossonero il 18/9/1960, per uno scherzo del destino proprio ad Alessandria, in una gara di Coppa Italia vinta per 5-3 contro la sua ex squadra; la settimana successiva esordì in campionato, in Milan-Catania 3-0 e, in cui, fu schierato inizialmente «in un ruolo di ala destra che non gli si addice»…racconta Tarozzi che l’allenatore Viani, pur accorgendosi «del fuoriclasse che ha tra le mani, non ne sfrutta appieno le doti», al punto che aumentò un certo scetticismo sul suo conto, malgrado le 6 marcature segnate (la prima a Torino contro la Juventus campione in carica) e il 2° posto finale. Riguardo a quel primo periodo Rivera dichiarò: «Non avevo ancora diciassette anni, avevo giocato nell’Alessandria che stava per retrocedere e poi avevo giocato alle Olimpiadi: ero così stanco, così stanco, e cascavo per niente. Così i giornalisti scrivevano che ero un bluff, e che ero buono soltanto da mettere in giardino, ed io soffrivo».

Nel 1961 Viani fu promosso direttore tecnico, mentre la carica di allenatore andò a Nereo Rocco: questi, restio ad affidarsi a calciatori giovani, chiese inizialmente d’intavolare una trattativa per uno scambio col mediano del Padova Rosa…disse Rivera: «[con Rocco avevo giocato] l’estate precedente nell’Olimpica a Roma. Voleva che andassi altrove a farmi le ossa, ma quando Viani s’impose dicendo che proprio non se ne parlava, accettò e cominciò con me un rapporto da adulto, anche se anagraficamente ero ancora un ragazzo».

Nel campionato 1961/62 Rivera si riscattò e risultò decisivo per la vittoria dell’8° scudetto (il primo della gestione Rizzoli)…collocato alle spalle degli attaccanti con compiti di regia, garantì alla squadra rossonera, specializzata a difendersi «con uno schieramento agile e all’occorrenza massiccio», un efficace, nonché spettacolare, gioco offensivo fatto di «serpentine, passaggi al millimetro invenzioni, gol, il tutto con eleganza di stile e di tocco» e «in coppia con Dino Sani costituì un ideale trampolino di lancio per Josè Altafini».

A lanciarlo a livello internazionale furono le prime convocazioni nella nazionale maggiore, ricondotte al mondiale cileno 1962, e la 1° vittoria del Milan in Coppa dei Campioni nel 1963 (a cui i meneghini parteciparono da esordienti): i rossoneri rimontarono il Benfica andando a rete due volte, in contropiede, su rilanci di Rivera ottenendo il 2-1 il 22/5…al termine di quell’anno risultò il 2° calciatore più votato all’elezione del Pallone d’Oro 1963, dopo Lev Jasin (unico estremo difensore in grado di ottenere tale riconoscimento finora).

Dopo la vittoria del 1963, il Milan andò indebolendosi per la fine della gestione di Rizzoli e per sconvolgimenti tattici comportati anche dal trasferimento di Rocco al Torino ma rimpiazzato da Carniglia: in autunno i rossoneri persero la loro 1° finale di Coppa Intercontinentale contro il Santos facendo anche a meno di Rivera, infortunato e quindi escluso dalla sfida decisiva; nel 1964 partì pure Sani, e nacquero interrogativi sulla posizione di Rivera in campo; inizialmente Viani «era convinto» che «potesse sostituire il brasiliano. Gianni invece era di parere contrario e solo di malavoglia giocava a centrocampo»; fu dunque spostato all’ala destra, ma nemmeno questa volta «gradì l’iniziativa».

Nel campionato 1964/65 la squadra perse lo scudetto lasciandosi rimontare 7 punti dall’Inter (54-51 il conto conclusivo) e, fino al 1967, non andò oltre posizioni di metà classifica; racconta Tarozzi che in questa situazione Rivera seppe mantenere alti livelli: «anche nei momenti di sbandamento, anzi soprattutto in quei periodi difficili, diventa sempre più un uomo simbolo per il Milan, una specie di uomo della Provvidenza»…allo stesso tempo, anche in virtù delle vicende relative alla nazionale, erano tornate ad alimentarsi voci critiche sul suo conto: Rivera era accusato dalla critica «di non aver raggiunto, con il passare degli anni, una maturità atletica e una completezza tecnica quali era lecito attendersi considerando i suoi notevoli mezzi potenziali» e di «non aver saputo diventare l’uomo guida del Milan ed anzi di aver contribuito allo sbandamento della squadra rossonera» inoltre, nel 1966/67, indossò per la prima volta la fascia di capitano (in Coppa Italia contro il Pisa, torneo in cui sarà capocannoniere ripetendosi, poi nel 1970/71, sempre con 7 firme all’attivo) e segnò 12 reti, record personale fino a quel momento.

Nel 1967 divenne presidente il giovane Franco Carraro, che dopo le infelici esperienze di Carniglia e Silvestri (sotto il quale arrivò comunque la 1° Coppa Italia, nel 1966/67, ottenuta 1-0 a discapito del Padova nella finale di Roma, in cui Rivera stesso sarà miglior marcatore con 7 timbri) reingaggiò Rocco: scrisse Ezio De Cesari che, «mentre tutti suggerivano di togliere Rivera, giocatore di lusso più che di sostanza, dal vivo della manovra rossonera, Rocco ha invece totalmente responsabilizzato il capitano rossonero, affidandogli il ruolo e la parte di unico uomo-guida»; Rivera fu chiamato a sostenere un attacco formato da Hamrin, Sormani e dal giovane Piero Prati (detto “Pierino”), capocannoniere al debutto in A, con cui trovò un’ottima intesa…al contempo segnò 11 gol, contribuì in maniera decisiva alla vittoria della 1° Coppa delle Coppe (2-0 a discapito dell’Amburgo con doppietta di Hamrin a Rotterdam) e del 9° scudetto, quello del 1967/68: la critica ne sottolineò la maturazione con il campione olimpico del 1936 Annibale Frossi che, all’indomani della vittoria del titolo, scrisse: «Ha offerto il suo apporto determinante sfruttando non solo le sue innate doti offensive, ma anche a centrocampo e in difesa, svolgendo compiti per lui un tempo innaturali».

L’anno successivo, il 1968/69, fu tra i protagonisti della 2° finale di Coppa dei Campioni, vinta per 4-1 contro l’Ajax: «due gol, il secondo e il quarto, sono venuti dal suo inimitabile talento» e fu l’unico milanista, assieme a Giovanni Trapattoni, ad aver disputato entrambe le finali del 1963 e del 1969; in ottobre il Milan vinse anche la sua 1° Coppa Intercontinentale, al 2° tentativo: Rivera segnò nella gara di ritorno, a Buenos Aires, ricordata per la violenta condotta dei calciatori dell’Estudiantes avallato dal permissivo arbitro brasiliano Brozzi. Il 22/12/1969 Rivera, allora ventiseienne, diventò il primo calciatore italiano non oriundo a essere premiato col Pallone d’Oro: batté il secondo classificato, Gigi Riva, per appena 4 voti e il presidente della giuria, il giornalista di “France Football” Max Urbini, motivò l’assegnazione dichiarando: «il riconoscimento premia il talento calcistico allo stato puro. Rivera è un grande artista che onora il football».

Gli anni successivi furono più turbolenti: alla controversa esperienza nel mondiale 1970 seguirono 3 secondi posti in campionato…poi, nel marzo del 1972 pesanti insinuazioni sul selezionatore arbitrale Giulio Campanati costarono a Rivera 3,5 di squalifica: il 12/3/1972, all’86° di Cagliari-Milan, il rossonero Anquiletti intercettò in area con un braccio un tentativo di pallonetto di Riva; l’arbitro Michelotti giudicò l’intervento volontario e concesse ai sardi un calcio di rigore che fissò il risultato sul 2-1. Dopo la partita Rivera attaccò platealmente la classe arbitrale, contestando l’arbitraggio, chiamando in causa il presidente dell’Associazione Italiana Arbitri Campanati («La logica è che dovevamo perdere il campionato. Finché dura Campanati, non c’è niente da fare, scudetti non ne vinciamo […] , è il terzo campionato che ci fregano in questo modo») e criticando la scelta di aver premiato, prima di Juventus-Milan del 20/2/1972, Concetto Lo Bello per aver raggiunto la cifra di 300 gare dirette in A («A Torino hanno premiato l’arbitro prima che iniziasse la partita, hanno fatto la festa»). Contestò anche il comportamento dello stesso Lo Bello, che durante un’intervista televisiva aveva ammesso di aver sbagliato non assegnando, in quella stessa gara, un rigore al Milan («ci hanno preso in giro a metà con l’autocritica di Lo Bello»). Nei giorni successivi alle dichiarazioni, Rivera tentò una «marcia indietro»: «il giocatore del Milan ha smussato la durezza delle proprie accuse precisando di non aver voluto tacciare di disonestà gli arbitri, ma di avere voluto soltanto denunciare l’incapacità» di Campanati e Michelotti: scattò comunque un’inchiesta da parte della Commissione Disciplinare della FIGC, che in aprile squalificò il calciatore fino al 30/6/1972. Nel 2013 Rivera dichiarò dell’episodio: «Avvertivamo ostilità nei nostri confronti. E visto che i dirigenti non intervenivano, a Cagliari fui io a uscire allo scoperto. Sbagliando, perché per lanciare delle accuse devi avere le prove»; nel 1973 Rivera subì una squalifica di quattro giornate (poi ridotte a due) per aver nuovamente criticato con «espressioni lesive» l’operato di Lo Bello dopo una gara contro la Lazio…malgrado questi contrasti con i direttori di gara, Rivera non è mai stato espulso, nel corso di tutta la sua carriera, in gare di campionato. Nell’aprile 1973, durante il campionato ricordato come quello della «fatal Verona» per la sconfitta finale al “Marcantonio Bentegodi” di domenica 20/5/1973 che costò ai rossoneri il titolo, si ripeté attaccando, dopo uno scontro diretto contro la Lazio, il medesimo Lo Bello…in quella stessa stagione il Milan vinse comunque la sua 2° nonché ultima Coppa delle Coppe (2-1 a Salonicco contro il Leeds United di Don Revie in data 17/5/1973) e la 3° Coppa Italia, successiva a quella dell’anno addietro (2-0 al Napoli e 1-1 per poi trionfare 4-2 ai rigori dinanzi alla Juventus freca campione d’Italia)…Rivera, si laureò capocannoniere con 17 reti assieme ai centravanti Pulici e Savoldi: era dal 1946/47, quando aveva primeggiato il capitano torinista Valentino Mazzola, che un centrocampista non conquistava quel particolare merito.

A partire dalla stagione 1973/74 s’incrinò il rapporto con il presidente del Milan Albino Buticchi (subentrato a Carraro nel 1972): l’allontanamento di Rocco, avvenuto nel corso del girone di ritorno, lasciò Rivera «sconvolto» e la situazione si aggravò l’anno seguente, quando il giocatore si ribellò al proprietario, che aveva espresso il desiderio di cederlo al Torino in cambio di Claudio Sala, ed entrò in conflitto col nuovo allenatore Gustavo Giagnoni; nel maggio 1975 Rivera arrivò ad annunciare il proprio ritiro dall’attività agonistica e poi addirittura a rilevare la società nel settembre successivo per interposta persona…con Rocco nuovamente in panchina e una proprietà a lui congeniale, ritornò al calcio giocato nel novembre 1975.

Nello stesso 1975 Rivera entrò in conflitto col presidente del Milan Albino Buticchi: «Avevamo un ottimo rapporto personale, facevamo addirittura le vacanze assieme. Poi non so che cosa sia accaduto. Ha trovato un allenatore [Gustavo Giagnoni] convinto che io fossi arrivato al capolinea e si è fatto condizionare. Io ho opposto resistenza perché non mi aspettavo una cosa del genere e poi tutto è stato gestito male. Era comunque evidente la volontà di cedermi». In effetti Buticchi tentò di cedere Rivera alla Fiorentina per Giancarlo Antognoni, e dichiarò al “Corriere della Sera” il 19/4/1975 che se avesse potuto lo avrebbe scambiato «volentieri con Claudio Sala del Torino»: Rivera non si presentò agli allenamenti, Giagnoni lo mise fuori squadra e il capitano milanista annunciò il ritiro, per poi convincere l’imprenditore siderurgico Vittorio Duina a rilevare la società per lui…le pressioni della tifoseria milanista, schierata dalla parte del calciatore, spinsero infine Buticchi a cedere la società al termine dell’estate; la conseguenza principale di questi eventi, secondo Sergio Taccone, fu un «regresso dirigenziale rossonero»: «per molti conoscitori di vicende rossonere fu l’inizio di una lunga crisi societaria che avrebbe portato la squadra, dopo la conquista della stella, alla doppia discesa nel purgatorio della cadetteria».

L’allontanamento di Buticchi ebbe conseguenze sulla stabilità della società, che vide succedersi diversi presidenti e progetti sportivi non riusciti; il Milan arrivò a rischiare la retrocessione nel 1976/77, quando il giovane allenatore Giuseppe Marchioro tentò d’introdurre il 4-4-2 e la difesa a zona imitando lo svedese Nils Liedholm (ex giocatore rossonero e fra i più grandi estimatori del nostro protagonista). Rivera andò a far parte con Fabio Capello di un difettoso centrocampo centrale: si rilevò che i due, ultratrentenni e poco rapidi, venivano facilmente sopraffatti dagli avversari…al termine della stagione Rivera poté comunque alzare la sua 4° Coppa Italia, vinta dopo un derby (2-0 tutto nella ripresa) e col subentrato Rocco ancora una volta in panchina.

Il trentaseienne, Rivera, pur fiaccato da «acciacchi di ogni genere», partecipò alla vittoria del 10° scudetto milanista, nella stagione 1978/79: lo stesso Liedholm lo riportò sulla trequarti, alternandolo forzatamente con Roberto Antonelli a causa di un infortunio che lo tenne lontano dai campi da gioco per quasi metà campionato…l titolo fu vinto inaspettatamente, «contro le previsioni generali e non disponendo di mezzi tecnici superiori»; dichiarò Rivera: «Potevano vincerlo il Torino o il Perugia, quel campionato. Non avevamo una grandissima squadra, ma un gruppo di giocatori continuo. Vincemmo senza centravanti». Rivera celebrò le 500 presenze in Serie A col Milan nel giorno della partita decisiva, contro il Bologna, e contribuì con un numero considerevole di assist: l’intesa con il fluidificante Aldo Maldera, che era solito inserirsi in attacco, aveva garantito a quest’ultimo 17 segnature in due anni, cifra notevole per un terzino. Al termine di quella stagione, e dopo una breve tournée sudamericana, durante la quale Rivera subì le uniche due espulsioni della sua carriera, optò per il ritiro, annunciato in conferenza stampa il 20/6/1979: «non mi reggevano più le gambe e non volevo finire in ginocchio nel corso di una qualsiasi partita»; l’ultima partita ufficiale disputata risulta Lazio-Milan 1-1 del 13/5/1979, sua 501ª presenza in Serie A nonché 30° giornata dello scudetto “della stella”. Chiuse la sua esperienza rossonera con numeri straordinari: 658 gettoni (in media 28 ad annata: 501 in campionato, 74 in coppa nazionale, 74 nelle competizioni internazionali, 9 negli altri tornei) e 164 reti (rispettivamente 122, 28, 13, 1), collocandosi fra i 5 centrocampisti più prolifici della storia del calcio nostrano, ha vinto tutto quello che era possibile vincere all’epoca sua esclusa la Coppa UEFA, ha preso parte a 46 derby in cui realizzerà 5 marcature (per 3 trionfi sommati a 2 pareggi), vincendo 19 confronti e pareggiandone 17 al prezzo di appena 10 batoste (anche se alcune roboanti a livello del 5-2 in trasferta del 28/3/1965 o l’1-5 casalingo del 24/3/1974) negli anni d’oro della contesa fra “Milan invincibile” e “grande Inter”, Rizzoli-Moratti, Rocco-Herrera, fra lui e Mazzola…la cui rivalità giungerà fino all’azzurro della nazionale in occasione dei mondiali 1970.

Rivera debuttò con la maglia della nazionale giovanile il 9/3/1960, in una gara amichevole contro la Svizzera; la partita, che anticipava di pochi mesi le Olimpiadi di Roma, terminò 4-1: impressionò favorevolmente e segnò due reti, come l’altro esordiente Bulgarelli.

Disputò altre 8 partite (tra cui quelle olimpiche) e ancora un’altra nella formazione B prima di debuttare ufficialmente con la nazionale il 13/5/1962, a 18 anni, in un’amichevole vinta a Bruxelles per 3-1; collezionò in totale 60 presenze, 4 delle quali da capitano.

Il suo rapporto con la nazionale, però, fu molto turbolento: al mondiale 1962 disputò solamente la partita inaugurale contro la Germania Ovest chiusa 0-0 e con l’avvento di Edmondo Fabbri come commissario unico, oltre alla messa in disparte degli oriundi giocò con più regolarità, «quasi ininterrottamente», «nei ruoli di mezzala, prevalentemente sinistra»; per Enzo Sasso «fornì il suo capolavoro a Milano contro il Brasile [12/5/1963]» ed ebbe «una prodigiosa impennata a Roma contro la Polonia, subito soffocata da una ventata di violentissime polemiche culminate nel dualismo con Corso e nella brutta partita di Parigi  [19/3/1966]»…dopo la partita con la Polonia si era «ribellato al catenaccio» con «dichiarazioni vivaci e violente» che per la stampa «deliberatamente costrinsero Fabbri a schierarsi contro quel modulo di gioco».

Al mondiale 1966 la nazionale incappò nella storica sconfitta contro la Corea del Nord e Rivera, rientrando marginalmente nelle tattiche impostate dal successore di Fabbri, Ferruccio Valcareggi, giocò molto meno: infortunato, non disputò la finale del vittorioso europeo casalingo 1968, in cui l’Italia avrà la meglio sull’URSS (0-0 a Napoli dopo 120 minuti e vittoria alla monetina) prima che sulla Jugoslavia (1-1 e poi 2-0 nella ripetizione andata in scena a Roma).

Al mondiale 1970 risale un celebre dualismo con Alessandro Mazzola, che caratterizzò il percorso della spedizione azzurra e che culminò nel suo tardivo ingresso in finale, giunto a sei minuti dal termine quando il risultato era ormai favorevole al Brasile, definiti come i “6 minuti della vergogna”. Rivera era stato peraltro uno dei protagonisti della storica semifinale contro la Germania Ovest la notte del 17/6/1970, terminata ai supplementari e ricordata dai giornalisti come “El partido del siglo” o “El partido de los dos dìas”: responsabile del gol del 3-3 tedesco per non aver coperto adeguatamente il palo, segnò dopo appena 66″ il definitivo 4-3 dopo una veloce azione corale. Dell’errore sul 3-3 ricordò: «Potevo prenderla solo con le mani, è vietato, ho provato con le anche, è andata male, è stato un contropiede involontario, poi sono ripartito per un contropiede volontario e ho segnato». In occasione dei Mondiali messicani del 1970, nello specifico, la critica tornò a dividersi su Rivera; si espresse Brera: «Come l’effigie di Garibaldi non basta a vincere le battaglie, così impostare la squadra sui beniamini delle mamme non basta a vincere le partite», scrisse Carlo Caliceti che «per i difensivisti la Nazionale non poteva prescindere dal lavoro di cucitura di Sandro Mazzola» tra difesa e attacco…di quest’idea era, secondo Rivera, anche il capodelegazione FIGC Walter Mandelli, il quale avrebbe fatto pressioni sul commissario tecnico Valcareggi per non schierare il milanista tra i titolari negli anni in cui il derby meneghino aveva raggiunto i suoi massimi livelli di esasperazione al punto tale che, quando Mazzola e Rivera stessi andavano in giro assieme, la città si spaccava completamente anche per le strade. Escluso il suo gregario Lodetti (“polmone” di Gianni nel Milan) dai convocati e compreso che avrebbe saltato la prima partita contro la Svezia, Rivera ricevette i giornalisti e si sfogò. «Può darsi mi abbiano messo apposta in questa condizione, – dichiarò – non facendomi giocare fra i titolari nella partita di mercoledì per provocarmi, per farmi parlare e giustificare la mia esclusione con i motivi disciplinari. Ma non è questo il modo di agire, preferisco che le cose mi vengano dette in faccia»…la circostanza secondo cui sia stato convinto da Rocco e dal presidente di Lega Artemio Franchi, chiamati in Messico a mediare, a non abbandonare il ritiro è stata smentita dallo stesso Rivera: «Vi era il pericolo che potessero loro mandarmi via, che è un’altra cosa. Ma io non avevo mai pensato di chiedere di tornare in Italia». Poiché indisposto, non partì tra i titolari neppure nelle successive due gare contro Uruguay e Israele, terminate 0-0…la sterilità offensiva indusse finalmente Valcareggi a tentare la cosiddetta “staffetta”, le cui motivazioni tattiche sono state spiegate da Mario Sconcerti: «Valcareggi ha dieci ruoli rigidamente assegnati, dieci titolari inamovibili più due fuoriclasse per un unico ruolo. Sandro Mazzola e Gianni Rivera sono diversi e simili, uno più offensivo, l’altro più rotondo, più giocatore, ma […] pesano sulla squadra come terzi attaccanti. Non solo la loro presenza va coperta a centrocampo, ma è impossibile possano giocare insieme. […Valcareggi] sceglie la staffetta, fa giocare un tempo a Mazzola e uno a Rivera. […] Avere due giocatori del genere che si interscambiano crea sul campo problemi agli avversari. È una soluzione storta, ma regge». Sebbene col senno di poi fosse una staffetta totalmente inutile ed evitabile, data l’evoluzione del calcio italiano poco tempo dopo, anche i calciatori finirono per dividersi: il blocco difensivo, composto peraltro da calciatori dell’Inter, premeva per Mazzola che gli garantiva un lavoro meno gravoso in copertura, per i centrocampisti o gli attaccanti Riva e Boninsegna patteggiavano per il milanista, migliore in rifinitura. In realtà la famosa “staffetta” che divise la penisola ebbe un’altra origine, e ce la spiega molto bene Mazzola nel video di quel mondiale ripreso nella collana “La Grande Storia della Nazionale” uscito nel 2005: <<La notte prima di Messico-Italia 1-4 mi sveglio intorno all’1,00 e inizio ad andare al gabinetto…lì capii che Montezuma patteggiava per Rivera e Valcareggi non mi chiese altro se non che sperava me la sentissi di fare un tempo: la “staffetta” nacque dal mio mal di stomaco, non dalla potenza politica dei club>>. Poiché la semifinale contro la Germania Ovest aveva «mostrato che la presenza di Rivera allungava pericolosamente la squadra», Valcareggi optò per Mazzola in finale, annullando la staffetta e inserendo Rivera all’84°, al posto di Boninsegna, a gara ormai compromessa; il commissario tecnico tentò di giustificarsi: «Ho rinviato di minuto in minuto l’inserimento di Rivera perché avevo non solo Bertini con un leggero stiramento inguinale, ma anche Cera che stava male, e mi sembrava mancasse più tempo alla fine»…da questo, per Foot, «derivò l’ostile accoglienza tributata alla squadra» al ritorno in Patria, «con molti tifosi che esposero striscioni con la scritta: “Viva Rivera”».

Il 14/11/1973 Rivera prese parte alla prima vittoria degli azzurri in casa dell’Inghilterra (0-1 firmato da Capello all’87°); l’anno successivo disputò la sua ultima gara in nazionale, al mondiale 1974, nel pari 1-1 con l’Argentina, venendo nuovamente escluso da Valcareggi nello scontro poi decisivo per l’eliminazione contro la Polonia (2-1 per i biancorossi…che ci costò l’uscita anticipata 8 anni dopo il tragico 0-1 con i nord coreani) e in seguito alla panchina riservatagli anche con Haiti (3-1 in rimonta).

Il suo bilancio conclusivo parlerà di 60 apparizioni condite da 14 reti in un’epoca con molte meno possibilità ed un gioco maggiormente fisico che non tutelava affatto i talenti cristallini come lui ma riuscirà comunque ad ottenere di aver fatto parte del gruppo nazionale che otterrà il maggior numero di medaglie nello stesso biennio fino ad allora: oro agli europei e argento ai mondiali…una mente così eccelsa da far parlare di sé anche in ambiti differenti come la questione sollevata da chi voleva rendere noti i casi di omosessualità nel nostro calcio a cavallo della primavera 2012.

Nel 1977 nacque la sua prima figlia, Nicole, avuta dalla soubrette Elisabetta Viviani (caso che fece parecchio scalpore visti i valori della famiglia tradizionale in quegli anni e con i precedenti del ciclista Coppi oltre al compagno di nazionale, oltre che amico di Rivera, Luigi Riva); ha avuto altri due figli, nel 1994 la figlia Chantal e nel 1996 il figlio Gianni, dalla moglie Laura Marconi, sposata il 28/6/1987 a Cetona con la benedizione di Padre Eligio, frate francescano che già dai tempi della militanza nel Milan era suo consigliere spirituale e fondatore dell'”Associazione Mondo X” per il recupero dei tossicodipendenti, nella quale Rivera ha svolto compiti di rappresentanza mettendo in gioco la propria immagine.

La sua figura diverrà molto popolare sia a livello cinematografico che commerciale pure se negli anni ’60-’70 si era ancora ben lontani dallo “strumentalizzare” la figura del calciatore a scopo non strettamente collegato al campo: viene citato spesso in opere cinematografiche aventi per protagonisti attori milanisti a livello di Diego Abatantuono in “Eccezzziunale…veramente” prodotto da Carlo Vanzina nel 1982, e poi fu tra i primi del settore a far pubblicare libri autobiografici per conto della casa editrice del suo, all’epoca, presidente rossonero Andrea Rizzoli…ovvero “Un tocco in più” (1966) e “Dalla Corea al Quirinale” (1968). Già durante l’attività agonistica gestì un’agenzia di assicurazioni, per poi aprire negli anni 1980 anche una ditta di abbigliamento sportivo che portava il suo nome; dopo il ritiro è stato vicepresidente del Milan fino al 1986 vivendo le infelici presidenze di Felice Colombo e Giuseppe Farina, contrassegnate dalle 2 retrocessioni nel 19879/80 (per illecito sportivo o “Toto-nero”) e del 1981/82 (meriti di campo) ma fu fatto fuori dall’avvento di Silvio Berlusconi poiché Adriano Galliani lo soppiantò prendendone il posto e, successivamente, scelse di darsi alla politica diventando deputato per quattro legislature e Sottosegretario alla Difesa.

Nel 1987 ricevette la proposta, da parte di Giovanni Goria e di Bruno Tabacci, di candidarsi alla Camera dei deputati per le elezioni politiche di quell’anno, nelle file della “DC”: risultò eletto per la circoscrizione Milano-Pavia, venendo riconfermato nella successiva tornata elettorale del 1992; fu rieletto ancora nel 1994 nella lista del “Patto Segni” (cui aveva aderito dopo lo scioglimento della “DC”) in Puglia, e nel 1996 per la lista uninominale dell'”Ulivo” nel collegio Novi-Tortona. Nel corso della legislatura aveva lasciato il movimento di Segni dapprima per “Rinnovamento Italiano” e poi per i “Democratici” di Romano Prodi, coi quali confluì in seguito nella “Margherita” prima di divenire, appunto, Sottosegretario alla Difesa per i governi Prodi I, D’Alema I-II e Amato II. Nel 2001 fu candidato nel collegio di Milano 1, avendo come avversario il leader del centro-destra e presidente del Milan Silvio Berlusconi, non risultando eletto: accettò dunque la proposta di consigliere per le politiche sportive del Comune di Roma e nel 2005 subentrò a Mercedes Bresso, eletta presidente della Regione Piemonte, come deputato del Parlamento europeo, cui era stato candidato alle elezioni 2004 per la lista di “Uniti nell’Ulivo” ricevendo in Nord-Ovest esattamente 45000 preferenze; fece poi parte del gruppo dei “Non Iscritti” per aderire poi nel 2008 al movimento politico centrista della “Rosa per l’Italia”…alle elezioni europee del 2009 si ricandida, nelle file dell'”UDC” nella circoscrizione Centro ricevendo 7600 voti, comunque non sufficienti a essere rieletto. In occasione delle elezioni amministrative del 2011 sostenne a Milano il candidato sindaco di Centro-destra Letizia Moratti, presentandosi come capolista della lista “Unione Italiana-Librandi”, ottenendo tuttavia solo 20 voti. Nel 2013 si è candidato, infine, alle elezioni politiche per il Senato nelle liste del Centro Democratico di B.Tabacci: il risultato del partito in Emilia-Romagna e Friuli Venezia-Giulia non gli ha consentito di ottenere un seggio all’assemblea di Palazzo Madama

Nel 2010 fu chiamato dal presidente Giancarlo Abete come presidente del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC succedendo all’ex compagno di squadra Massimo Giacomini: in questo ruolo introdusse l’auto-arbitraggio nelle partite dei Pulcini, con l’«idea di insegnare già ai bambini il rispetto delle regole»; nel 2013 passò alla guida del Settore Tecnico di Coverciano. Il 23/10/2017, a 74 anni, iniziò il corso allenatori per il conseguimento del patentino “UEFA A” (nello stesso anno ottenne il livello B con il corso tenuto al quartiere romano di Rebibbia. Dopo aver seguito le 192 ore di lezione, il 16/1/2018 sostenne gli esami finali per l’abilitazione da allenatore professionista: con tale patentino potenzialmente può guidare tutte le squadre giovanili, comprese le Primavere, e le prime squadre fino alla Serie C inclusa oltre a poter essere tesserato come allenatore in seconda sia in Serie B che in Serie A…il 25/9/2019, infine, consegue il patentino da allenatore UEFA Pro, venendo quindi abilitato ad allenare anche le squadre delle massime serie europee.

Nel 2012 ha partecipato nelle vesti di concorrente all’8° edizione del programma televisivo di Rai 1 “Ballando con le stelle” manifestandosi, per l’unica volta, sul piccolo schermo nelle vesti di un vip dello spettacolo.

È, ancora oggi, Commendatore all’Ordine al merito della Repubblica Italiana.

Non si é mai piegato davanti ai vertici federali e nella sua carriera politica ha sempre mostrato il suo unico volto, quello di chi dice la verità senza temere la forza del compromesso e mostrando a tutti di essere una mente eccelsa anche dal punto di vista diplomatico proprio come ha sempre fatto vedere sul terreno di gioco, quando illuminava la scena dall’alto della maestria che pochi hanno avuto dopo di lui…é, ancora adesso, una figura molto chiacchierata e che ha diviso sempre la stampa fra sé e gli avversari, ma l’opinione comune é sempre stata unanime: di Rivera ce n’é stato solo uno, e tutto il mondo lo conosceva come il primo “the golden boy”, il “ragazzo meraviglia”.

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