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VERONA-ROMA…-5 GIORNI, THOMAS BERTHOLD: UMILTA’ E DUTTILITA’ IN CARNE ED OSSA

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VERONA – E’ passato poco più di un mese da quando si sono chiusi i battenti dell’anomala Serie A 2019/20 e da sole 3 settimane si sono concluse le coppe europee ma non ci sta neanche il tempo di tirare il fiato: sabato 20/9/2020 si torna già in campo per l’annata 2020/21, quella che ci porterà, tramite un calendario mai così fitto e stretto, all’europeo itinerante del 2021 (che si sarebbe già dovuto giocare fra giugno e luglio ma il Covid-19 aveva altri programmi…).

E quale modo di ricominciare a vedere il calcio che conta, pur senza pubblico, se non con un big-match già fra i 2 anticipi del sabato? per la giornata inaugurale abbiamo già una disputa succulenta che ha fatto la storia del calcio nazionale negli anni ’80 fra 2 team rampanti che volevano sovvertire tutte le gerarchie: Verona-Roma…un confronto totale che affonda le sue radici da molto prima dello sport partendo da storia o cultura e goliardia di 2 città che nemmeno si sfiorano, anzi, si contrappongono su tutto a cominciare dall’ideologia politica delle rispettive tifoserie.

Inauguriamo la nostra settimana di avvicinamento a questa storica disputa tornando indietro nel tempo, proprio agli anni in cui queste 2 squadre davano spettacolo su tutti i campi raccontandone la storia di un doppio ex…

La Germania è stata divisa da soli 3 anni con l’ufficiale costruzione del muro di Berlino quando ancora il paese, nella data del 12/11/1964, sta cercando di buttarsi definitivamente alle spalle il torbido ricordo del nazismo e delle 2 guerre mondiali: siamo in Assia, a 25 km a est di Francoforte sul Meno (nella zona occidentale) e, in una città fondamentale per i trasporti di nome Hanau (popolata da ben 96000 anime), la stessa che diede i natali al bomber Rudi Voller il 13/4/1960, una normale famiglia del posto dà alla luce un figlio destinato a restare nella storia del calcio nazionale ed italiano pur avendo vinto pochissimo…quel ragazzino si chiama Thomas Berthold ed è ancora oggi un un’ottimo opinionista della Bundesliga nonchè uno dei migliori interpreti del concetto di “calciatore duttile” nell’epoca recente del “calcio totale” in continua evoluzione.

Come tutti i suoi coetanei cresciuti nell’Era del post-boom economico tedesco degli anni ’50 inizia a giocare a pallone per strada venendo subito adocchiato dagli osservatori di una squadra locale, la Kewa Wachenbuchen, che lo traghetterà poi alla mitica Eintracht Francoforte che, nella 2° metà degli anni ’70, usciva da uno dei suoi cicli migliori e faceva da guastafeste alle scorribande delle solite note soprattutto in Coppa di Germania: Bayern Monaco, Borussia Monchengladbach, Borussia Dortmund, Werder Brema. Riuscirà a debuttare in massima lega, dopo aver mostrato già tutto sè stesso nel ruolo di terzino destro, nel 1982 poco tempo dopo aver compiuto 18 anni: è l’inizio del bellissimo lustro 1982-87, un periodo di 111 presenze condite da 17 gol (non proprio pochi per un difensore laterale, seppure in un torneo offensivo come quello teutonico) ma senza titoli e durante il quale arriva pure la chiamata della nazionale tedesca under-21 (5 timbri ma senza segnare), desiderosa di “sfornare” una nuova generazione di campioni capace di far dimenticare quanto prima gli ingloriosi europei francesi del 1984 (chiusi con l’eliminazione della 1° squadra ai gironi in una competizione con 8 squadre alle spalle di Spagna, Portogallo), durata il biennio 1984-86…quando mister Beckenbauer, arrivato a rimpiazzare Derwall proprio nel 1984, lo inserisce nella lista per i mondiali messicani: il difensore sa che questa è la sua grande occasione per imporsi agli occhi di tutto il mondo e gioca un torneo sontuoso a soli 22 anni macchiandosi solo dell’espulsione nei quarti contro i padroni di casa venendo costretto a saltare la semifinale con i francesi, dovendo poi arrendersi all’Argentina del miglior Maradona in finale dopo un rocambolesco 3-2 sotto il sole del bollente stadio “Azteca” a Città del Messico il 29/6/1986.

Quando siamo ormai nell’estate del 1987 Thomas ha ormai 23 anni e ben 18 apparizioni con il suo paese da marcatore destro difensivo quando arriva la chiamata che gli svolta la carriera definitivamente: all’epoca l’Italia si preparava monopolizzare, fino alla 1° decade del nuovo millennio, il calcio del vecchio continente ingaggiando campioni a suon di miliardi nel periodo dei 2 stranieri tesserabili e nel “draft” del miglior campionato possibile non poteva non esserci spazio per il nostro protagonista…il “mago della Bovisa” Bagnoli lo chiede al suo presidente Chiampan per cercare di puntellare la retroguardia del suo Verona, smanioso di rinverdire i fasti dello scudetto conquistato nel 1984/85 in seguito alle 2 finali di coppa nazionale perse durante il biennio antecedente; saranno 24 mesi molto vissuti, in cui la tattica italiana entrerà con molta naturalezza nelle vene del freddo panzer consentendogli di adattarsi benissimo e rapidamente al nostro sport vedendogli concludere la sua esperienza veneta forte di 72 comparse (quasi tutte da titolare inamovibile) a fronte di 4 marcature (3 al 1° anno, di cui 1 per ogni competizione: in Serie A saranno 2, 1 in coppa e 1 in Uefa) coronate da un ulteriore torneo giocato con la Germania Occidentale da padrone di casa (parliamo di “Euro 1988” ma il bottino parlerà di 1 sola gara giocata, contro l’Italia, e di un insoddisfacente bronzo da favoriti) senza contare che vivrà l’ultima esperienza internazionale degli scaligeri e, nel 1988/89, si troverà a collaborare con i 2 assi argentini Troglio/Caniggia (per la 1° volta gli stranieri disponibili erano 3) senza sapere che il destino li sta per mettere contro in un’occasione fin troppo speciale…

E’ il bollente luglio del 1989 quando, a Roma, arriva la notizia che l’ingegner Dino Viola è riuscito a strappare Berthold al Verona sborsando una cifra cospicua per affiancarlo al suo amico connazionale Voller (già beniamino della curva) e regalando al suo nuovo tecnico Radice un leader difensivo maturo oltre che disposto a tutto pur di giocare; il soggiorno capitolino si concluderà nel luglio 1991 regalandogli le emozioni migliori dell’intera carriera…il 1° anno è quello dello stadio “Flaminio” e del coro “Questa Roma stà a giocà cor core” con il nostro eroe che viene responsabilizzato da stopper nella difesa a uomo formata da 4-5 effettivi (funzionava, normalmente, che il terzino destro venisse adattato da marcatore in mezzo mentre il laterale mancino fluidificasse dal lato per poter poi impostare da libero) con accanto un libero di solidità come Comi oltre a un vero capo reparto a livello di Manfredonia: basta poco a Berthold per farsi amare a suon di sgroppate sulla destra e marcature asfissianti contro i migliori bomber del pianeta Careca/Vialli/Klinsmann/Sosa/Zavarov/Van Basten (tutti militanti da noi). E’ un’annata piena di soddisfazioni: 32 sfide bagnate da 2 reti (entrambe in casa), il poter rappresentare la sua nazione ai mondiali italiani assieme al suo amico Voller e agli altri tedeschi dell’Inter Brehme/Matthaus/Klinsmann (a cui si aggiungeranno, dopo l’estate, i futuri juventini Kohler/Reuter/Haessler/Moller, il laziale Riedle…quando erano gli altri a venire da noi per avere il meglio e non il contrario), la sensazione di aver trovato una nuova famiglia nella capitale proprio a ridosso della rassegna che lo vedrà trionfare. La Coppa del mondo vede la Germania Ovest (ormai formalmente riunificata dopo il crollo del muro nel novembre 1989) dominare quasi tutti gli avversari, fra cui la Jugoslavia/Emirati Arabi Uniti/Colombia nei gironi, l’Olanda che li aveva fatti piangere 2 anni addietro agli ottavi, i cecoslovacchi ai quarti, i “maledetti” inglesi in semifinale…la finale si gioca all'”Olimpico” di Roma appena ristrutturato e vede opporsi ancora Maradona, ormai nemico di tutto il popolo per aver fatto fuori gli azzurri in semifinale grazie a delle prove magistrali di Troglio con Caniggia (ndr): finisce 1-0 fra 1000 polemiche arbitrali ma con la festa che accomuna sia vincitori che ospiti per aver fatto cadere un re ormai finito in disgrazia (raramente si sono visti gli italiani tifare per i germanici)…la Germania Ovest è campione del mondo (per la 3° volta) con il nostro protagonista che ha giocato quasi sempre facendo anche le prove generali del suo nuovo impianto proprio nella data migliore, l’8/7/1990. Quando ritorna a Trigoria, il panzer smania dall’entusiasmo e dalla voglia di ricominciare divenendo una delle migliori stelle del team del neo-arrivo Ottavio Bianchi, arrivato a rimpiazzare il fin troppo rimpianto ed amato Radice tanto dai tifosi quanto dai giocatori; il 1990/91 è l’anno delle “3 finali in 104 giorni”: i giallorossi arrivano a conquistare la loro 7° Coppa Italia a spese dei doriani campioni nazionali, l’ultima dell’epoca Viola poichè il presidente verrà a mancare evitando di vedere la Coppa Uefa persa contro l’Inter prima della Supercoppa Italia ceduta alla medesima Sampdoria…in quei 9 mesi il mister schiera il fuoriclasse in ogni ruolo possibile a cominciare dal terzino su ambo i lati, dall’ala su ciascuna corsia, da stopper, da centrocampista centrale in casi di perenne emergenza permettendogli di collezionare 49/56 partite condite da 3 realizzazioni riuscendo sempre ad ottenere il massimo sotto ogni punto di vista (avendo un computo conclusivo di 87 gare finalizzate da 5 gioie personali).

Il divorzio dai romani, complice anche una vita piuttosto sregolata fuori dal campo (problema già presentatosi anche a Verona) ed eccessive simpatie per il dirimpettaio Riedle (mai andate troppo giù ai 2 lati della piazza come in occasione delle cene post-derby a cui partecipò pure Voller), si consuma nell’estate del 1991 permettendo di liberare la casella del 3° straniero all’altro nordico Haessler ma segna l’inizio di un periodo tormentato: il ritorno in patria, al Bayern Monaco, coincide con 2 anni (1991-93) senza successi dei bavaresi al netto di 30 gettoni sommati a 1 timbro ma neanche il nuovo CT della rappresentativa nazionale Vogts lo vede, lasciandolo fuori dalla rappresentativa di “Euro 1992” chiusa in finale soccombendo alla matricola Danimarca…

L’approdo allo Stoccarda nel 1993 si protrarrà fino al 2001 mettendogli a bilancio 191 gare in aggiunta 4 reti suggellati dall’estremo tentativo (coronato) di partecipare al suo 3° nonchè ultimo mondiale: a “Usa 94” i suoi vanno fuori ai quarti contro la Bulgaria con lui che non brillerà se non sotto al torrido sole statunitense (conterà, alla fine, 52 prersenze con il suo paese, di cui 43 da occidentale e 19 da territorio unico contando appena 1 segnatura nel 1985 in casa della Cecoslovacchia durante le qualificazioni per l’estate seguente)…l’esperienza in Baden-Wurttemberg gli consente anche di alzare i suoi primi titoli in terra natale: la coppa di Germania del 1996/97 ma cui farà seguito la finale di Coppa delle Coppe dinanzi al Chelsea nel 1998 e l’Intertoto del 2000 ma ormai la china discendente è quasi alla fine.

Nel 2002 milita pochi mesi nell’Adanaspor cercando di godersi gli ultimi mesi da atleta professionista annunciando il suo ritiro dopo soli 5 match e passando a fare l’allenatore…ruolo che ricoprirà solo dal luglio 2003 al marzo 2005 per conto del Fortuna Dusseldorf, un tempo compagine gloriosa ma caduta in disgrazia a seguito della riunificazione fino a sprofondare in Regionalliga.

Farà da opinionista a partire dai mondiali 2006, ospitati dalla propria terra natia e che vedranno l’ennesima delusione dei suoi ma non rientrerà mai nel circuito calcistico che conta se non da davanti ai microfoni: tanti sono convinti che potrebbe far bene da tecnico ma per ora non è ancora il suo momento…allora non serve che andare su internet, per i più giovani, o chiudere gli occhi e tornare indietro con la memoria, per i maggiormente esperti, a rivangare i tempi in cui Berthold faceva impazzire la curva del “Bentegodi” o infiammava il popolo romanista negli anni migliori con le sue performance da vichingo fiero che non chinava mai la testa davanti a nessuno se non quando decideva di portare a termine una sgroppata personale con allungo compreso: Thomas Berthold, la duttilità in persona.

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