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Perché Inzaghi ha vinto il derby e perché Spalletti l’ha perso

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ROMA – La Lazio vince il derby, anche se lo perde.  E questa è già la prima grande contraddizione della stracittadina. Decisiva la gara d’andata, vinta 2-0 dagli Inzaghi boys in un match tatticamente perfetto. La Roma di gol ne ha fatti 3 nel ritorno – e 3 ne servivano – ma i due che ha subito la sbattono fuori meritatamente. E sono due reti prese per errori di una difesa debole e distratta, su cui pesa tantissimo la responsabilità di Manolas, che ha colpe sia in occasione della rete di Milinkovic che in quella di Immobile. Ma le responsabilità di Spalletti sono più grandi, reo di aver proposto, nella partita di ieri, una Roma già scarica ancora prima di iniziare. Tutti si aspettavano una squadra all’assalto, cattiva agonisticamente, ma dov’era la voglia di rimonta? Dov’erano, in campo, le parole della vigilia? La Lazio, operaia e silenziosa, ha passato il turno mescolando coraggio e prudenza, preferendo i fatti agli appelli in conferenza stampa. Inzaghi ha battuto Spalletti su tutta la linea.

L’APPROCCIO – La sconfitta nel derby di campionato è stata una manna dal cielo per Inzaghi. In quell’occasione la Lazio giocò un primo tempo quasi perfetto, creando molte palle gol e affrontando la Roma a viso aperto. Punita da un episodio (l’erroraccio di Wallace in uscita) la Lazio si è comunque resa conto che serviva più umiltà e che, soprattutto, giocare all’attacco contro una squadra così forte in campo aperto non era una grande idea. Inzaghi è maturato, Spalletti si è adagiato. La semifinale d’andata è stato un grande capolavoro del tecnico biancoceleste, che ha proposto una squadra solida e battagliera, ma al tempo stesso scatenata lì davanti con la coppia Immobile-Felipe Anderson. Sull’altra sponda del Tevere, la Roma si è sentita fin da subito più forte. Più spavalda (anche perché nel girone di ritorno è la squadra che ha fatto più punti in Serie A), ma è stato un atteggiamento pagato caro. Alla Lazio è piaciuto sentirsi svantaggiata e più debole. E ora, giustamente, parla di impresa.

LA TATTICA – “Siamo forti, forse i più forti. Per questo dobbiamo vincere. E se non vinciamo posso andare via”. Questa frase di Spalletti è tornata contro come un boomerang. Perché, Luciano? Perché caricare così tanto una partita già di per sé sentitissima? Lo abbiamo capito: Spalletti voleva il salto di qualità mentale dei suoi, ma la Roma non è ancora pronta a diventare così grande. Inzaghi ha saputo imbrigliare il gioco della Roma: si è messo con la difesa a 3 sia all’andata che al ritorno, avendo, al tempo stesso, una grande copertura sia in fase centrale (lì ci sono Dzeko e gli inserimenti di Nainggolan) che sulle fasce, dove ieri le catene Basta-Milinkovic e Lukaku-Lulic hanno disputato un primo tempo da 10 e lode. La Roma si è invece messa a 4, lasciando solo due centrali ad affrontare Immobile e Felipe Anderson, entrambi in grande forma. Un suicidio. E poi ci sono altre due questioni. Una riguarda Rudiger usato come terzino, un azzardo perché serviva spingere più che coprire e continuiamo a credere che il tedesco vada in affanno quando affronta esterni veloci (Lukaku docet). L’altra è un dubbio che si rinnova: perché Spalletti tiene fuori Perotti nelle gare più importanti? Il giocatore con più tecnica e qualità – e quando è entrato si è visto – non può iniziare il derby dalla panchina. E’ successo sia all’andata che al ritorno.

LA VOGLIA – Inzaghi ha risposto mettendo tanti uomini nella zona centrale del campo (in difesa e a centrocampo) e chiedendo ai suoi interni sulla mediana (Milinkovic e Lulic) di fare un lavoro extra in copertura sugli esterni. Ed è grazie a questa voglia che ha vinto. Voglia che la Roma non ha avuto, perché i biancocelesti hanno segnato quando dovevano segnare e si sono difesi quando si dovevano difendere. Hanno vinto il derby dopo 4 anni e poi hanno giocato con testa e cuore difendendo il vantaggio nella partita di ritorno. La Roma vive ancora troppo di emotività, di partite poco ragionate. Abbiamo davanti una squadra forte coi piedi e debole con il carattere, contro una Lazio forte coi piedi e straordinaria di carattere. Eppure è la Roma che ambisce allo scudetto. Se un alieno avesse visto solo le due partite di coppa non se ne sarebbe accorto. Qualcosa non va e va rivisto subito, perché la Juve a +6 (con lo scontro diretto all’Olimpico) non è poi così lontana.

Giorgio Marota

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