Doping di Stato o terapeutico? Tra Russia e Usa due pesi e due misure

epa05017959 (FILE) A file picture dated 21 February 2014 of the Doping Control Station in the Laura Biathlon Center during the Sochi 2014 Olympic Games in Krasnaya Polyana, Russia. On 09 November 2015 an independent commission set up by the World Anti-Doping Agency (WADA) will publish a report on its findings of an investigation into allegations of widespread doping in elite Russian athletes. EPA/HENDRIK SCHMIDT
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epa05017959 (FILE) A file picture dated 21 February 2014 of the Doping Control Station in the Laura Biathlon Center during the Sochi 2014 Olympic Games in Krasnaya Polyana, Russia. On 09 November 2015 an independent commission set up by the World Anti-Doping Agency (WADA) will publish a report on its findings of an investigation into allegations of widespread doping in elite Russian athletes. EPA/HENDRIK SCHMIDT

È iniziata una nuova guerra fredda, se possibile più sleale di quella che ha fatto tremare il mondo nel secolo scorso. Stavolta c’è di mezzo lo sport, un argomento che dovrebbe divertire e unire piuttosto che dividere, in una sporca storia di doping. È iniziato tutto con un’accusa alla Russia, Paese che avrebbe promosso un vero e proprio doping di Stato. Il report della Wada (World Anti-Doping Agency), chiamato “rapporto Pound-McLaren”, ha fatto emergere un sistema ben strutturato, dove l’influenza della politica russa nello sport pare evidente a tal punto da ipotizzare anche il coinvolgimento dei servizi segreti. Scosso da un fatto portato alla luce dagli americani, il Cio si è trovato davanti ad una scelta storica: chiudere entrambi gli occhi e far finta di nulla oppure far fuori una potenza mondiale come la Russia dalle Olimpiadi. Un caso politico più che sportivo. Il il Comitato ha deciso di non scegliere, lasciando alle singole Federazioni l’incombenza di prendere una strada che, in un modo o nell’altro, avrebbe segnato per sempre la storia di Rio 2016. Di fatto solo la Jaaf, la Federazione dell’atletica, ha bandito i russi dai Giochi, proponendo così al mondo una competizione falsata, priva di tanti campioni.

Per molte mele marce hanno pagato tutti: in termini di credibilità, ma anche con un danno non indifferente alla carriera di sportivi straordinari. Le Olimpiadi si fanno ogni 4 anni ed escludere un atleta – per di più in tanti casi senza la certezza di un suo coinvolgimento nel sistema – significa negargli la possibilità di coronare il sogno di una vita. Forse sarebbe servita un minimo di prudenza in più. Chi non ha fatto sconti è stato invece il Comitato Paralimpico. Niente delega alle federazioni, hanno deciso i vertici: esclusi dalle Paralimpiadi 267 atleti di nazionalità russa. La reazione di Mosca è stata veemente e la partita si è giocata sullo stesso campo: pochi giorni dopo le Olimpiadi, un gruppo di hacker russi dal nome “Fancy Bear” è riuscito ad accedere ai database della Wada, sottraendo illecitamente dei fascicoli. In sei diverse uscite, nome dopo nome, sono stati messi sul banco le schede private di tanti campioni dello sport (la maggior parte non a caso americani), accusati di aver giustificato l’assunzione di sostanze dopanti con certificati medici che rispondevano alla voce “scopo terapeutico”.

Ma i medicinali sono tutti banditi dall’antidoping mondiale: metilfenidato, anfetamine, idrocortisone, oxycodone, hydromophone, sostanze oppiacee, prednisone e tanto altro ancora. Il dibattito verte sul tema dell’esenzione terapeutica: si può ricevere oppure no? E qual è il limite tra il doping assunto per barare o per curarsi? In casi come questi, i precedenti sono controversi: spesso gli sportivi sono stati squalificati, altre volte assolti. Una regola non c’è, dipende da commissioni istituite per i singoli casi, ma questa vicenda (nonostante siano passati quasi due mesi) sembra già destinata ad essere seppellita sotto al tappeto, insieme alla tanta polvere che ha nascosto il Cio negli ultimi anni.

In questo scandalo mediatico sono finiti la ginnasta Biles e la sua compagna di squadra Raisman, ma anche le sorelle Williams e Rafa Nadal, star del tennis mondiale, i campioni di ciclismo Froome, Wiggins e Cancellara, gli atleti britannici Alistair Brownlee e Mo Farah e tanti altri. Non ci sono russi e sembra tanto una vendetta per lo smacco subito prima dei Gochi: del resto anche la stessa Wada in un comunicato ufficiale ha accusato pesantemente il governo russo di aver architettato tutto: «Non abbiamo dubbi sul fatto che la Wada sia sotto attacco a causa delle recenti conclusioni della relazione “Pound-McLaren” nella quale emerge come in Russia si sia concretizzato un vero e proprio doping di Stato. Condanniamo queste azioni e abbiamo chiesto al governo russo di fare tutto il possibile per fermarle. In caso continuassero, questi attacchi metterebbero in dubbio ogni altra azione tesa a ricostruire un sistema antidoping credibile a parte della Russia».

Il desiderio di uno sport più pulito sembra fare un bel passo in avanti con la nascita di “Energia Project”, una squadra operativa e al tempo stesso un osservatorio permanente, nato dalla collaborazione la Wada, l’Interpol e la Scuola di Scienze Criminali dell’Università di Losanna. L’obiettivo? Interrompere il commercio di sostanze che migliorano illegalmente le prestazioni sportive, professionistiche e amatoriali. Una grande ambizione, con la speranza che diventi presto una solida realtà. Per il bene dello sport e di tutti gli sportivi, stanchi di dover leggere sulle pagine dei giornali i nomi dei loro idoli macchiati dall’infamia del doping.

Giorgio Marota

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