HERBERT PROHASKA: LA DEDIZIONE PAGA SEMPRE

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ROMA – Il gioco del calcio costituisce un universo a sé stante che include tantissimi tipi di giocatori differenti: i fenomeni, i campioni, i fuoriclasse e le altre categorie che vengono messe sempre più in basso. Per chi conosce poco gli sport di squadra viene facile pensare che siano i più bravi a far vincere le partite facendosi aiutare da quelli meno appariscenti…ma chi ha un minimo di esperienza sa bene che, se il grande giocatore ti fa portare a casa la partita, sono i gregari a fare il lavoro maggiore (oltre che sporco e difficile).

Partiamo da qui per raccontare la storia di un perfetto esempio di giocatore “onesto” e umile che venne alla luce nell’estate del 1955 dalla periferia di Vienna per scalare le gerarchie nel mondo del pallone ed essere ricordato fra i più affidabili della sua generazione: Herbert Prohaska, la “lumachina” che fece della dedizione il suo cavallo di battaglia.

Esordisce fra i professionisti nel luglio 1972 e per 8 anni fa sfracelli con l’Austria Vienna vincendo tutto più volte a livello territoriale oltre a esordire in nazionale giocando come mediano nel centrocampo “a zona”; capisce ben presto però che se vuole fare il salto di qualità deve puntare a campionati più elevati e non si fa pensa 2 volte quando l’Inter tricolore di Bersellini lo tessera nel 1980 dopo neanche un mese dalla riapertura delle frontiere a seguito di 14 anni di autarchia nel nostro paese. Vivrà i suoi anni più gloriosi proprio in Italia (1979-1983) vincendo una coppa nazionale nel 1982 con i nerazzurri e segnando 8 gol assieme a nomi di spicco come Bordon, Bergomi, Oriali, Marini, Altobelli da titolare inamovibile ma Fraizzoli non gli rinnova il contratto e Herbert accetta di cambiare ancora casacca nonostante il rammarico; acconsente così di accasarsi a Roma dove Viola e Liedholm (suo primo ammiratore) lo fanno subito sentire fondamentale schierandolo titolare accanto a Falcao, centrocampista più forte della lega a quell’epoca assieme a Platini, nel primo centrocampo “a zona” che vincerà lo scudetto marcando anche 3 reti nel 1983. Sarà stato lento, avrà corso poco, non avrà avuto l’estro dei grandi funamboli…ma qualsiasi compagno a cui chiederete informazioni o giudizi su Prohaska vi dirà sempre la stessa cosa: era una sicurezza averlo vicino, faceva sempre la giocata più facile, teneva perennemente la testa alta, non aveva mai paura di sporcarsi la maglia se ci stava da giocare con umiltà, quando rischiava la giocata (raramente) era uno spettacolo per tecnica e scioltezza.

Il rimpianto maggiore è che abbia vissuto solo un anno in giallorosso (ma che anno!) e 3 annate totali in Italia per poi andare a chiudere il proprio cerchio dove tutto iniziò: all’Austria Vienna, ritirandosi e divenendo allenatore nel 1989 con numeri impressionanti come 800 partite giocate nei club, 107 segnature, 83 presenze in nazionale (11 ai mondiali del 1978-1982 giocati da capitano) condite da 10 timbri sui tabellini.

Uno di quegli atleti che non viene ricordato da tutti ma nelle Vienna, Milano, Roma della seconda metà del ‘900 aveva un nome che riecheggiava nell’aria come il freddo della sua Austria: Herbert Prohaska, la dedizione fatta persona.

 

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