Il senegalese entra dopo il gol del Chievo e arriva il pari di de Vrij. Suo l’assist: “Se gioco bene non è una questione di testa”. Inzaghi trova il difetto: “Male sui calci piazzati, bisogna lavorarci”
ROMA – Alla decima panchina in serie A, Simone Inzaghi scopre questo strano animale chiamato pareggio. Nelle precedenti partite (7 nella scorsa stagione, 3 in questa), aveva solo vinto (5 volte) o perso (4). L’inedito si consuma a Verona contro il Chievo, che un anno fa aveva travolto 4-0 la Lazio di Pioli. Il passo avanti non può appagare la squadra biancoceleste, ambiziosa ma ancora in cerca di identità e senza la necessaria rabbia per imporsi su questi campi. Troppo fragili le ali Felipe Anderson e Kishna, capaci di pungere (si fa per dire) solo in contropiede, troppo solo Immobile, troppo tempo è rimasto in panchina il figliol prodigo Keita. Logico, bisognava fargli pagare le monellate estive, il posto da titolare sarebbe stato un segnale negativo per il gruppo: ma è un fatto che senza di lui, la Lazio non si accende mai e va pure sotto, perché Gamberini di testa fa secco Marchetti. Al contrario, appena entra il senegalese – al 6′ della ripresa, subito dopo il gol del Chievo – arriva il pareggio, ed è proprio Keita a confezionare l’assist per de Vrij, che va a segno per la prima volta nel campionato italiano: “Avevo detto in settimana – racconta l’olandese – che prima o poi l’avrei buttata dentro, sono felice del gol ma volevamo vincere questa gara. Non ci siamo riusciti, però l’1-1 non è male”. È sempre il 21enne cresciuto nella Cantera del Barcellona a creare poi pericoli per la difesa veronese, con i suoi guizzi, i dribbling, le iniziative in velocità: “Non è vero – dice il senegalese – che ho giocato bene perché ho messo la testa a posto. Ogni volta che entro a gara in corso cerco di dare il mio supporto alla squadra, oggi ho permesso a de Vrij di segnare ma purtroppo non è bastato per vincere. Comunque queste prestazioni sono il modo migliore che ho per ripagare la fiducia di Inzaghi”.
