during the Serie A match between AS Roma and SS Lazio at Stadio Olimpico on November 8, 2015 in Rome, Italy.
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during the Serie A match between AS Roma and SS Lazio at Stadio Olimpico on November 8, 2015 in Rome, Italy.

La Lazio continua a farsi male, stavolta con la complicità della Roma. Nella stracittadina che poteva rilanciare sogni ed ambizioni, il gruppo di Pioli si risveglia bruscamente con ossa e cuore dolorante. Perché le reti di Dzeko e Gervinho fanno più male dei 5 schiaffi presi a Napoli e della cappotta inaspettata contro il Chievo. Fanno male perché arrivano in un derby che Pioli aveva definito “una svolta” per capire finalmente cosa vuol fare questa squadra da grande. Al 90′ però è tragedia: squadra a testa bassa, il tecnico dimesso e amareggiato, perché i biancocelesti non sono più quelli brillanti, offensivi e propositivi che per larghi tratti della scorsa stagione avevano espresso il miglior calcio d’Italia.

Ora è crisi. Crisi di risultati (6 vittorie e 6 sconfitte in campionato) e di identità. Felipe Anderson e Candreva, quelle che dovrebbero essere le armi in più sono in realtà due ombre. La difesa balla in ogni gara ed è la seconda peggiore della Serie A dopo il Carpi fanalino di coda e salvo Biglia, il resto della squadra è in netta involuzione. Il calciomercato estivo non ha portato il salto di qualità tanto promesso e sperato: sono arrivati solo giovani di belle speranze, in una squadra che aveva bisogno di almeno due innesti forti e pronti subito, in difesa e in attacco. Quantomeno però, Lotito e Tare non hanno indebolito la rosa, tenendo tutti i migliori e l’ossatura di un undici destinato, così pareva, ad un futuro radioso. La Supercoppa persa contro la Juve peggiore degli ultimi anni e la Champions sfuggita via come un sogno di fine estate hanno dato un colpo pesantissimo al morale del mondo Lazio e il derby perso aumenta solo l’amarezza per ciò che poteva e ancora una volta, non è stato. Il “vorrei ma non posso” biancoceleste continua a mietere vittime, fino a diventare un marchio di fabbrica degli ultimi dieci anni. Perché se sono state tante le occasioni per spiccare il volo, altrettante sono state le cadute e le occasioni perse. E pare assurdo ora recriminare su un errore, seppur sacrosanto e vistoso, dell’arbitro Tagliavento. Che il fischietto di Terni non sia un talismano si sapeva già, così come i suoi precedenti poco incoraggianti quando di mezzo c’è la Lazio. Ma il rigore inventato non può essere un alibi per una squadra che deve giocarsi un campionato importante. A Roma non supereremo mai questa fase, quella delle polemiche e del grido al complotto e forse è proprio questo che le due Capitoline trionfano poco. Il provincialismo, lo stesso che presenta il derby come la sfida dell’anno, ha portato tutti oggi a scagliarsi contro il quintetto arbitrale, ma andrebbe sottolineato piuttosto un altro aspetto: la Lazio non ha reagito a quello svantaggio.

Il gol di Dzeko, per come è arrivato, assomiglia alla rete che ha deciso Sassuolo-Lazio, sempre su un rigore che non c’era. La costante? Il gol arriva nei primi minuti e la Lazio ha una partita intera per rimontare. Più logico pensare quindi ai limiti caratteriali di una squadra che raramente reagisce agli schiaffi e che cala vistosamente con il passare dei minuti, in ogni match. Errori di preparazione? Poca concentrazione? Mancanza di attributi? Considerazioni che Pioli dovrà fare in questa sosta, utile anche ad allentare la pressione di una piazza che già vuole la sua testa. La realtà è nuda e cruda, ma questa Lazio aveva dimostrato di avere ambizione e magari chissà, tra poco smetterà di fare brutti sogni e comincerà a vivere da protagonista.

Giorgio Marota

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